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La montagna, la luna, e la leggenda dell’uomo
La curiosità era da sempre il suo vizio peggiore. Non si poteva parlare, bisbigliando, di un avvenimento, un fatto, una confidenza, che subito si vedevano spuntare i suoi occhi piccoli e vividi, la sua bocca atteggiata al ghigno, la fronte incanalata in piccole rughe.

Ma più di tutto era la voce ad avvolgere tutta la sua persona di un’aura di mellifluità, a suggerire a chi lo incontrava strade diverse dalla sua. Non era cattivo, Giovanni il gobbo, ma troppo spesso i fatti del paese prendevano possesso della sua volontà, facendone il messaggero di tutti e prendendo il primo posto nella graduatoria delle sue attività.

Da quasi un mese, poi, Giovanni non aveva pace, a causa di quel fatto che più di ogni altro lo toccava da vicino. Pietro, l’altro gobbo del paese, era tornato una mattina senza più la sua schiena arcuata. L’avevano visto sul sentiero che porta al Gabion, spoglio del suo carico perenne, la schiena dritta come un fuso, e negli la luce di quella libertà di chi si sente finalmente come gli altri.

E subito, nei campi e nelle case, la voce era serpeggiata come una strana staffetta, un sussurro continuo simile alla nebbia, ed aveva avvolto le menti delle donne e degli uomini in una sola parola: miracolo. C’era chi aveva paura persino a parlarne. Non era normale, non era naturale che una gobba sparisca così, in una sola notte, come quelle bielle di formaggio messe a stagionare che al mattino si riducono casualmente di numero.

C’erano state voci di strane riunioni, in passato, sui monti nelle notti di luna piena, dove donne vestite di stracci dalla voce stridula e dagli occhi spalancati compivano antichi riti intorno al fuoco. C’era chi giurava di aver visto tra i boschi sulle montagne, di notte, fuochi molto diversi dagli altri, più rossi del normale e sempre della stessa intensità, come se una legna od un soffio speciale potessero prolungarne la potenza all’infinito. Ma poco credito era stato dato alle parole di chi, forse, aveva miscelato i propri pensieri col vino novello.

Ed ora, però, si era manifestato il prodigio di Pietro, gobbo dalla nascita, liscio adesso come un faggio. Da qualche giorno, infine, la sua versione aveva accompagnato con il pane il rito del desinare di tutto il paese. Raccontava di essere andato nell’ultima notte di luna piena su per le montagne, in quella vasta piana circondata da larici. Aveva fatto poca fatica, poiché la luce chiara lo aiutava ad evitare i sassi più sporgenti del sentiero e a riconoscere i cambi di pendenza ed i rami dei noccioli che intralciavano, a tratti, il suo cammino. Era stato guidato, sul finire del percorso, dal suono ritmato di una canzone che non sembrava trovare la sua naturale conclusione. Pietro si era acquattato dietro ad un cespuglio di rovi che fitti circondavano la piana, e da lì poteva vedere sette figure sconosciute al paese che danzavano intorno al fuoco e cantavano “Sabato, domenica….Sabato, domenica….” La tensione della melodia non trovava il compimento, il cerchio delle note non pareva chiudersi nella risoluzione della dominante sulla tonica. Saltando fuori dal suo nascondiglio, vincendo inaspettatamente la paura, Pietro diede pace al canto esplodendo in un “…e lunedì!” finalmente conclusivo, interrompendo il sabbah e suscitando un immediato quanto repentino stupore nelle streghe canterine.

Ci voleva una ricompensa, dissero le vecchie. Chiedesse lui cosa voleva, che l’avrebbero accontentato. Via la gobba!, disse Pietro, ed ecco che la fonte di tante frustrazioni fu prontamente e definitivamente appesa ad un albero.

Il resto si sapeva: egli scese felice in paese, e la sua storia veniva bisbigliata la sera nelle stalle e vagava di giorno, non senza rispetto e timore, tra i comignoli delle case.

Giovanni, dal canto suo, non pensava ad altro, e mentre portava le vacche al pascolo sui monti cadenzava il suo passo in salita al ritmo di un solo pensiero: anch’io. E se non pensava ad altro durante il giorno, di notte si alzava ansioso di poter scoprire, lui prima di ogni altro, il luogo del sabbatico convegno notturno.

Ma ecco era arrivata la notte di luna piena.

Senza alcuna esitazione, fremente, Giovanni si era incamminato intorno alla mezzanotte su per il sentiero che aveva visto scendere Pietro. Mai la montagna gli era parsa più misteriosa e fitta di presenze sconosciute: il profilo delle cime si stagliava netto contro il cielo reso chiaro da una luna ammiccante, e poteva sentire sopra la sua testa il fruscio dei rami di abete e di pino che ondeggiavano tutti insieme, danzando all’unisono un ballo leggero ed ipnotico. Solo il suo passo lo confortava, perché ritrovava nel suono delle sue scarpe sui sassi e sulle foglie del sentiero qualcosa di familiare e rassicurante. Benché sapesse che la notte nascondeva animali che popolavano il bosco, trasaliva ad ogni zampettare o ad ogni grido acuto, senza interrompere però il suo cammino.

Arrivò finalmente ai bordi della radura incantata, dove le donne cantavano decise quel “Sabato, domenica e lunedì” donato loro da Pietro.

“E martedì!”, continuò Giovanni uscendo dal suo anfratto, certo di aver compiuto un altro prodigio e di dover meritare perciò una ricompensa. Ma le streghe, che sono notoriamente creature imprevedibili, disturbate ora da quella forzata intromissione e distolte dalla conquistata sicurezza armonica, acciuffarono il poverino e lo scagliarono contro l’albero che ancora aveva appesa la gobba di Pietro, forgiando in tal modo un essere tondo nel suo tronco come la luna che ora sogghignava maligna.

Giorni e giorni dopo, quando ormai il paese pensava di averlo perduto, scende dai monti una figura caricaturale, se non fosse stata un uomo, con una gobba davanti più grossa di quella di dietro, lo sguardo fisso a terra ed il passo stanco.

Giovanni, su nella piana, aveva ricevuto una lezione e perso la speranza.

(da una leggenda che ancora oggi fa parlare di sé gli anziani abitanti di Bruggi)

MARIA RITA MARCHESOTTI