La leggenda del passo della mula
Era un giorno come gli altri, nel paesino steso sulla montagna dove appunto ogni giorno trascorreva uguale agli altri. Antonio, Giuseppe ed Ernesto come al solito si incamminarono di buon mattino lentamente ma con passo sicuro su per la strada che porta “in costa†dove avrebbero fatto pascolare le loro mucche nei vasti prati che si allargavano sopra ai boschi. Li accompagnava la loro mula, compagna silenziosa e sempre presente, che portava sulla sua groppa il desinare che sarebbe servito loro per il pranzo di mezzogiorno.
Arrivarono in cima che il sole cominciava a scaldare, dopo aver percorso in salita l’ora che li separava dai pascoli soleggiati ed aperti. Liberarono le vacche e si misero come sempre a parlare delle vicende del paese. Ce n’erano, di cose da dire, di opinioni da scambiare, di consigli da elargire: i confini di una proprietà , lo scarso raccolto di quell’anno, il torto fatto al Giuanin, le bielle di formaggio sparite al Tunin nella notte, il bambino piccolo della Maria, ed altro ancora.
Passò così la giornata, ed arrivò presto l’ora di scendere a valle, e così percorrere lo stesso itinerario dell’andata.
Ogni giorno lo stesso percorso, gli stessi alberi, gli stessi sassi smossi del sentiero, gli stessi suoni del bosco.
In particolare, vi era un albero che era preso dai tre contadini come punto di riferimento per il ritorno.
Antonio, Giuseppe ed Ernesto erano soliti sentire, arrivati a quel faggio, il suono lontano delle campane della chiesa di Bruggi, che li avvisava con il loro rintocco che la giornata di lavoro era finita, e la strada del ritorno verso casa ancora breve.
Ringraziavano, a questo punto, i tre bruggesi. Ringraziavano con il corale “Deo gratias, Ave Mariaâ€, per il termine della loro fatica,, ringraziavano per la poca strada ancora da percorrere, per la cena che li stava aspettando nell’unica stanza della casa, con la stufa accesa ed i familiari intorno al tavolo.Ringraziavano per la stanchezza che già li stava sorprendendo ma che avrebbe tra poco trovato la sua soddisfazione.
Il cammino, allora, diventava meno pesante, e la mula dietro di loro assentiva silenziosamente seguendo i loro passi, come se ascoltasse i loro pensieri e li condividesse.
Ma quella sera no, quella sera era, doveva essere diversa dalle altre sempre uguali.
Quella sera erano in ritardo, per una serie di contrattempi accaduti nei campi. Uno di questi era dovuto alla Bianchina, una mucca di solito docile ed obbediente, che non voleva rispondere ai richiami di Antonio, e nonostante gli altri due si fossero prodigati nel chiamarla, l’animale non sembrava voler sentire ragioni. Ce n’era voluto, del tempo, perché si decidesse ad unirsi alle compagne, e per i contadini iniziare la strada del ritorno.
Erano molto in ritardo, i tre uomini, e facevano fatica a tornare tra i sentieri lastricati dei monti perché già il sole all’orizzonte stava calando. Non avevano ancora finito di attraversare i prati, e quindi non erano ancora entrati nell’oscurità dei boschi di faggio, che già potevano udire da lontano le campane della chiesa.
A uno di loro sembrò una beffa, una presa in giro: loro così lontani ed il resto del paese invece a tempo, regolare, scandito dai soliti ritmi.
Era stanco, più stanco degli altri giorni, e molto irritato per l’imprevisto ritardo. La casa, la cena, i bambini…non li poteva toccare solo allungando la mano come gli altri giorni, ma occorrevano invece molti passi per raggiungerli.
E allora, mentre gli altri due rispondevano con un sommesso “Deo gratias, Ave Maria†al mistico richiamo, lui non se la sentì.
“Ma sprofondassi, Ave Maria!â€, esclamò invece, con tutta la rabbia del momento, senza magari pensarlo davvero, ma con comunque la convinzione di dover in qualche modo, da umano, rispondere all’affronto.
Immediatamente sotto i piedi del contadino si aprì una voragine, che lo inghiottì in un attimo con la mula ed il suo carico, non dandogli neppure il tempo di gridare o pentirsi.
Gli altri due, esterrefatti e terrorizzati, corsero a perdifiato fino al paese per chiedere aiuto, lasciando sul luogo dell’incredibile fatto solo il nulla, solo prati, erba e fiori, portando con sé lo stupore e l’incredulità di chi non è sicuro di aver assistito ad un fatto stupefacente.
Tornati sul luogo dell’accaduto con molti compaesani, non trovarono altro che un buco, un grosso buco che avrebbe testimoniato, negli anni a venire, il ricordo di un fatto sovrannaturale.
E, se non credessimo alla storia raccontata dagli anziani di Bruggi, potremmo ancora oggi controllare trovando una particolare fossa in uno dei campi della costa che portano al Pian dell’Armà …
Maria Rita Marchesotti
(da una leggenda che mi hanno raccontato i vecchi di Bruggi una sera di tanto tempo fa, davanti alla stufa a legna, con la bottiglia di vino sul tavolo e gli occhi accesi dai ricordi)





