NELLA TASCA
I bambini nel cortile stavano giocando tutti insieme a quei soliti giochi che possono intrattenere i poveri di Bruggi, con i piedi scalzi e gli occhi attenti.
Potevano avere sette o otto anni, con voci gridanti e risate intermittenti, con silenzi minuti ed il parlottare sottovoce. Ci si divertiva anche così, nelle piccole aie del paese, con piccole pietre o fionde improvvisate, l’importante era fare gruppo, stare insieme, rincorrersi.
All’improvviso sul gioco dei bambini apparve un’ombra, l’ombra di quella donna di cui si parlava, che i piccoli avevano sentito nei discorsi dei grandi, non senza che il buio circondasse la sua figura.
Si avvicinò con calma al gruppo, ed individuò, dopo aver fermato lo sguardo su ognuno di loro, il più bello di tutti, con i capelli biondissimi e gli occhi di cielo.
Con passi lenti percorse il tratto che la separava da lui, non abbandonandolo con gli occhi ed il sorriso di chi vuol apparire benevolo e rassicurante, amico.
Gli si fermò di fronte, la mano rugosa carezzò la guancia liscia e tonda del bambino che la guardava un po’ con timore, un po’ con curiosità , non sapendo se dire qualche parola o tacere.
“Che bel bambino!â€, disse la donna, mentre le dita sfioravano il suo viso, allontanandosi subito dopo lentamente, senza fretta come era venuta.
Il bambino si voltò verso i compagni di gioco, per continuare l’attività interrotta dall’arrivo della vecchia.
Ma nelle grida dei suoi amici, così diverse di quelle che accompagnavano il divertimento di poco prima, capì che qualcosa era avvenuto, qualcosa di magico e di terribile. Capì dalle parole dei compagni che il suo viso, perfetto fino ad un attimo fa, era stato deturpato dalla carezza ricevuta. La sua faccia era tesa in una maschera grottesca, così poco infantile, la bocca storta e le guance contorte.
Subito si chiamò la madre, che accorse trafelata dal luogo ove si trovava.
Lo guardò, chiese col cuore in gola cosa fosse successo, individuò in un momento il nome della donna dalle mani e, soprattutto, dai pensieri stregati.
Con la ferocia animalesca propria della femmina alla quale hanno molestato il cucciolo, non si perse d’animo: tornò a casa, trascinandosi dietro il bambino piangente, afferrò l’â€amsurien†e si diresse con passo determinato a cercare la donna. Non dimenticò il rosario con il quale tutte le sere recitava le sue preghiere, e baciandolo se lo infilò nella tasca del grembiule. Lasciò a casa il bambino, spaventato più dalla sua furia che dall’improvvisa disgrazia capitatagli.
La donna buia forse la stava aspettando, perché non si dimostrò sorpresa nel vederla.
Non era preparata però alla determinazione con la quale la madre le mise il falcetto sotto la gola. “Fallo tornare come prima, o te la taglio!â€, quasi le gridò, minacciandola con tutta la rabbia che le trapelava dalla voce, dagli occhi, da tutto il suo corpo.
Con calma, la strega rispose alla donna con un tranquillo “Via a casa, che il tuo bambino è guarito…â€, lasciando la madre stupefatta dalla facilità della sua iniziativa, considerate le voci che correvano sul conto di essa.
Abbassò l’â€amsurienâ€, si voltò, fece qualche passo verso la porta, ed era quasi uscita quando la raggiunsero le parole che giustificavano la docilità della maga, e che la ricambiavano di tutta la devozione che metteva nelle sue preghiere della sera:
“Ringrazia quello che hai in tasca…â€
Maria Rita Marchesotti
(dal racconto trasmessomi da più di un anziano di Bruggi ed in tempi diversi, citando nomi, luoghi e altro…che comprensibilmente ho voluto omettere.)





